Did you know that your version of Internet Explorer is out of date?
To get the best possible experience using our website we recommend downloading one of the browsers below.

Internet Explorer 10, Firefox, Chrome, or Safari.

Skip To Content

Category:

RICCARDO TOMMASI FERRONI

novembre 26th, 2015 by

Riccardo Tommasi Ferroni (Pietrasanta, 4 dicembre 1934 – Pieve di Camaiore, 19 febbraio 2000) è stato un pittore italiano.

Nacque in una famiglia di artisti: il padre Leone studiò scultura dapprima a Roma e poi all’Accademia di Brera di Milano, così come scultore era Marcello, fratello di Leone. A Viareggio, Riccardo si formò al liceo classico, dove si diplomò iscrivendosi poi alla facoltà di Lettere e Filosofia di dell’Università di Firenze frequentando allo stesso tempo l’Accademia di Belle Arti. Successivamente si trasferì a Roma.

Al 1965 risale l’opera Gli indemoniati di Gerasa, a cui seguono Interno (1971), Allegoria romana e Venere, Marte e Amore (1972), Ripresa televisiva (1973), Ratto d’Europa (1975), Concilio degli Dei (1977) e L’Accademia degli Smarriti (1979).

Nei decenni sessanta e ottanta espose in diverse città italiane e straniere. Nel 1965 partecipò alla IX Mostra Quadriennale di Roma e alla IV Biennale d’Arte Contemporanea di Parigi. Oltre all’esperienza di Parigi (dove sarebbe tornato in altre cinque occasioni).

Nel 1982 Tommasi Ferroni venne ammesso all’Accademia nazionale di San Luca. In quello stesso anno, alla Biennale di Venezia fu coinvolto in un diverbio con Jean Clair e Antoni Tàpies.

Negli anni ottanta realizzò Un bacio ancora (1980), Cena in Emmaus (1982), Abramo e Isacco (1983), Incredulità di San Tommaso (1983), Grande battaglia romana (1984), Una partita a scacchi (1986), Per la vittoria di Lepanto(1988), Desinare al Gianicolo (1989).

Il pittore ritornò nella nativa Versilia metà degli anni ottanta. Là realizzò Apollo e Dafne (1990-91), Marsia e Apollo (1992), San Giorgio e il drago e Mercoledì delle ceneri (1995), Non son Geni mentiti (1996).

ORFEO TAMBURI

novembre 26th, 2015 by

Orfeo Tamburi (Jesi, 1910 – Parigi, 15 giugno 1994) è stato un pittore italiano.

Compie gli studi presso l’Accademia di Belle Arti di Roma e nel 1936 si reca per la prima volta a Parigi dove entra in contatto con alcuni dei pittori più importanti dell’epoca. Tornato in Italia partecipa alla Quadriennale di Roma e l’anno successivo alla Biennale di Venezia dove ha l’opportunità di conoscere lo scrittore Curzio Malaparte. Negli anni successivi continua a partecipare sia alla Quadriennale di Roma che alla Biennale di Venezia allestendo nel contempo mostre personali nelle più importanti città d’Italia.

Alla fine della seconda guerra mondiale torna a Parigi e da qui estende la sua attività partecipando a mostre personali in Belgio, Francia, Svizzera e Paesi Bassi.

Nel 1952 ebbe anche una breve ed isolata esperienza da attore cinematografico interpretando, per la regia di Roberto Rossellini, l’episodio “Invidia” del film “I sette peccati capitali”.

Rientrato in Italia continua ad esporre nelle più importanti città della penisola e fra il 1955 e il 1956 viaggia negli Stati Uniti dove espone a Los Angeles, San Francisco eNew York presso importanti musei.

Tornato in Europa continua a viaggiare visitando per la prima volta Londra nel 1960 per poi visitare la Grecia e l’Austria. In questo periodo allestisce un numero sempre maggiore di mostre in tutte le più importanti città italiane.

Con l’avanzare degli anni dirada i suoi viaggi ma continua ad esporre le sue opere nelle più importanti gallerie d’Italia a Milano, Roma, Firenze e Venezia.

Nel 1994 muore a Parigi dove si era trasferito negli ultimi anni della sua vita.

ALBERTO SUGHI

novembre 26th, 2015 by

Alberto Sughi (Cesena, 5 ottobre 1928 – Bologna, 31 marzo 2012) è stato un pittore italiano.

Pittore autodidatta, divenne, dopo varie esperienze formative, uno dei maggiori artisti italiani della generazione che esordì agli inizi degli anni cinquanta, scegliendo decisamente la strada del realismo, nell’ambito del dibattito tra astratti e figurativi dell’immediato dopoguerra. Sughi ha partecipato a tutte le più importanti rassegne d’arte contemporanea, dalla Biennale di Venezia alla Quadriennale di Roma, di cui nel 1993 è stato anche Presidente, mentre dal 1997 entrò a far parte della Accademia nazionale di San Luca. Nel 2005 l’allora Presidente della Repubblica Italiana Carlo Azeglio Ciampi gli consegnò il Premio Vittorio De Sica per la Cultura.

Scelse con decisione la strada del realismo, nell’ambito del dibattito fra astratti e figurativi dell’immediato dopoguerra. I dipinti di Sughi rifuggono tuttavia ogni tentazione sociale; mettono piuttosto in scena momenti di vita quotidiana senza eroi. Non a caso Enrico Crispolti nel 1956 utilizzò per lui la definizione “realismo esistenziale”.

La ricerca di Alberto Sughi procede, in modo quasi costante, per cicli tematici, che hanno il sapore della sequenza cinematografica. Prima le cosiddette “Pitture verdi”, dedicate al rapporto fra uomo e natura (1971-1973); poi, il ciclo “La cena” (1975-1976); agli inizi degli ’80 appartengono i venti dipinti e i quindici studi di “Immaginazione e memoria della famiglia”; dal 1985 è in corso la serie “La sera o della riflessione”. L’ultima serie di grandi dipinti, esposta nel 2000, è intitolata “Notturno”.

Sughi ha partecipato a tutte le più importanti rassegne d’arte contemporanea, dalla Biennale Internazionale d’Arte di Venezia alla Quadriennale di Roma, sino alle numerose mostre che hanno proposto all’estero le vicende dell’arte italiana dagli anni settanta ad oggi. Musei italiani e stranieri gli hanno dedicato ampie rassegne antologiche; spiccano la Galleria d’Arte Moderna di Bologna (1977), la Galleria del Maneggio di Mosca (1978), al Castel Sant’Angelo di Roma, il Museo delle Belle Arti di Budapest e la Galleria Nazionale di Praga (1986), alMuseo d’arte moderna e contemporanea di Ferrara (1988), la Casa Masaccio a San Giovanni Valdarno (1990), il Museo d’Arte di San Paolo (1994) e il Museo Civico di Sansepolcro(2003). Sughi ha partecipato al ciclo di mostre “La ricerca dell’identità” a Cagliari, Palermo e Ascoli Piceno (2003-2004) e alla mostra “Il Male – Esercizi di pittura crudele” alla Palazzina di Caccia di Stupinigi di Torino nel 2005. Nel 1994, Sughi ha ricoperto la carica di Presidente dell’Ente Quadriennale Nazionale d’Arte di Roma. Nello stesso anno ha partecipato alla mostra “Il ritratto interiore”, al Museo Archeologico Regionale di Aosta. L’Università di Parma gli hanno dedicato una grande mostra nel Salone delle Scuderie in Pilotta a Parma (2005-2006). Nel 2007 due maggiori mostre antologiche di Sughi sono state presentate alla Biblioteca Malatestiana di Cesena, curata da Vittorio Sgarbi, e al Complesso Vittoriano, Roma, curata da Arturo Carlo Quintavalle. Nel 2009 il lavoro di Alberto Sughi è stato presentato a Palermo al Palazzo Sant’Elia in una nuova grande retrospettiva curata da Maurizio Calvesi, poi portata a Londra all’Istituto di Cultura Italiana. Nel giugno 2011 Alberto Sughi è invitato al Padiglione Italia della 54ma Biennale di Venezia curata da Vittorio Sgarbi, dove presenta al pubblico Un Mondo di freddo e di ghiaccio, Olio su tela, 140x160cm del 2011. In questa occasione Sughi ricorda: “Attraverso la pittura ho cercato di capire meglio qualcosa che appartiene alla mia coscienza: l’inquietudine, l’amore, l’ansia di verità, la delusione e la solitudine; e poi magari c’è una parte più segreta, quella che contiene le ragioni più profonde della mia identità di pittore, che resta sconosciuta a me stesso. Nella vita avvengono mille aggiustamenti, tante variazioni se non addirittura contraddizioni.“

ALIGI SASSU

novembre 26th, 2015 by

Aligi Sassu (Milano, 17 luglio 1912 – Pollença, 17 luglio 2000) è stato un pittore e scultore italiano.

Aligi Sassu nacque a Milano, in Lombardia, da Lina Pedretti, originaria di Parma, e Antonio Sassu, sardo, che nel 1894 era stato uno dei fondatori del Partito Socialista Italiano a Sassari e che nel 1896 si era trasferito a Milano. Il padre, legato da una forte amicizia a Carlo Carrà, lo condusse nel 1919, a soli sette anni, all’Esposizione Nazionale Futurista presso la Galleria Moretti di Palazzo Cova, che vedeva riuniti i più grandi futuristi e le giovani leve.

All’inizio del 1921 la famiglia Sassu si ritrasferì in Sardegna, a Thiesi in provincia di Sassari, dove Antonio aprì un negozio. Lì Aligi frequentò la scuola elementare e conobbe per la prima volta i cavalli, che diventeranno poi il suo marchio, ed i colori accesi della Sardegna che permeeranno la sua pittura. Dopo una permanenza di tre anni, la famiglia ritornò a Milano e qui Aligi mostrò ancor più il suo interesse per la lettura e l’arte futurista.

Nel 1925, con la famiglia ormai in ristrettezze economiche, fu costretto a lasciare la scuola. In un primo tempo svolse il lavoro di apprendista presso la Pressa, un’officinalitografica; l’anno successivo quello di aiutante di un decoratore murale; al contempo, frequentando i corsi serali, riuscì poi a concludere gli studi. Insieme all’amico e designerfuturista Bruno Munari, si presentò a Filippo Tommaso Marinetti, fondatore del Futurismo. Questo incontro fu proficuo: nel 1928 fu invitato da Marinetti a partecipare con le sue opere alla Biennale di Venezia.

Poco tempo dopo, insieme a Bruno Munari, definì il Manifesto della Pittura “Dinamismo e riforma muscolare” (che rimarrà inedito fino al 1977), assumendo come presupposto di base la rappresentazione di forme dinamiche anti-naturalistiche. In quegli anni, grazie alle amicizie del padre, poté conoscere bene le opere di Boccioni e Carlo Carrà, di Gaetano Previati,Giandante X (così era noto Dante Persico) e Giuseppe Gorgerino, e a loro si ispirò talvolta nei suoi dipinti. Studiò Picasso, Diego Velázquez ed il nudo plastico. Di questo periodo è L’Ultima cena, il dipinto che sintetizza l’arte di Aligi Sassu e, negli abiti moderni dei personaggi e l’ambientazione urbana, preannuncia quello che sarà il suo stile futuro.

Negli anni fra il 1927 e il 1929 dipinse in maggioranza quadri di piccole dimensioni, aventi spesso come soggetto lo sport, le industrie e le macchine; nascono così i Ciclisti, I minatori,L’operaio, Pugilatori e gli Uomini rossi. Con Giacomo Manzù, Nino Strada, Candido Grassi, Giuseppe Occhetti, Gino Pancheri, nel 1930 riuscì ad allestire a Milano la sua prima mostra importante, recensita anche da Carlo Carrà. Nel 1934 soggiornò per un periodo di tre mesi a Parigi[2] (in rue Elisée des Beaux Artes) studiando a fondo le opere di Matisse, Théodore Géricault, Delacroix, Cezanne ed i dipinti dei pittori dell’Ottocento esposti al Louvre.

In particolare, l’influenza di Delacroix e delle sue battaglie è chiaramente riscontrabile nei dipinti di Sassu. Ritornerà a Parigi l’anno successivo e poi agli inizi del 1936. Nel 1935 formò ilGruppo Rosso con Nino Franchina, Vittorio Della Porta ed altri. Del 1936 è Il Caffè, uno dei suoi quadri più celebri che rappresenta la Coupole di Parigi, così pure I Concilii, visione satirica del clero di Roma. Nel frattempo il suo impegno politico aumentò e, quando in Spagna scoppiò la Guerra civile, diventò un attivo antifascista. Antifranchista e simpatizzante dei partigiani spagnoli, dipinse la Fucilazione nelle Asturie.

Accusato di complotto, rinchiuso nel carcere di Regina Coeli a Roma, attraversò un periodo piuttosto problematico alla fine del quale riprese la pittura. Sono di questo periodo i disegni con soggetti mitologici e i ritratti dei carcerati. Fu graziato nel luglio del 1938, rimanendo però un sorvegliato speciale. Solo nel 1941 poté esporre nuovamente: per la prima volta compaiono in pubblico gli Uomini rossi. L’esposizione avvenne nella “Bottega di Corrente”. Pur partecipando da tempo in modo attivo a Corrente, il periodico di opposizione culturale al regime, Sassu preferì optare per una “personale”, non aderendo alle mostre collettive degli artisti del tempo.

Nel 1943 illustrò i “Promessi sposi” del Manzoni con cinquantotto acquerelli. Presenterà queste tavole successivamente, nel 1983, nella casa Manzoni a Milano. Nel 1947, trasferitosi in provincia di Varese, lavorò alacremente dipingendo in particolare Caffè, reminiscenze di Parigi, e soggetti sacri. Poco tempo dopo si dedicò alla ceramica producendo circa un centinaio di pezzi. Ritornato in Sardegna nel 1950, trasse ispirazione dai paesaggi che lo circondavano e dipinse scene della vita contadina e marinaresca, quali le Tonnare; studiò i murales e i muralisti Diego Rivera e José Clemente Orozco, e poi Vincent Van Gogh e Piero della Francesca. Notevole è di quel periodoLa miniera, l’affresco nella foresteria delle miniere di Monteponi (Iglesias) e non solo per le dimensioni, m 3.50 per 12.

Con Mazzotti e Fabbri, nel 1954, a Vallauris incontrò per la prima volta Picasso. Due anni dopo, in un nuovo incontro a La Californie, Picasso gli mostrerà le sculture che esporrà successivamente al Museo di Antibes. Lo stesso anno espose alla Biennale di Venezia fra le altre opere I martiri di Piazzale Loreto, che Giulio Carlo Argan acquistò per la Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea. Ad Albissola Capo dipinse il ciclo delle Cronache di Albisola, ben rappresentando la vita artistica della cittadina che vedeva allora riuniti ceramisti, poeti, scrittori, critici, e di cui Aligi Sassu era protagonista insieme a Lucio Fontana, a Salvatore Fancello e altri artisti. L’opera, eseguita su commissione del proprietario nellaTrattoria Pescetto, occupava un’intera parete di trentacinque metri e, quando 14 anni dopo il locale fu chiuso, venne completamente smembrata. Oggi ne restano solo poche immagini fotografiche.

Ad Arcumeggia eseguì gli affreschi Corridori (1957), un’opera di notevoli dimensioni in omaggio al ciclismo, Gesù inchiodato alla croce, XI stazione della Via Crucis (1963), e San Martino dona parte del mantello al povero (1991).

Dieci anni dopo iniziò il suo periodo spagnolo (nel 1963 alle isole Baleari), con le Tauromachie, presentate dal poeta spagnolo Rafael Alberti, i personaggi mitologici, le sue sperimentazioni sugli acrilici e sui colori sempre più accesi (il rosso sarà ancora più presente nella sua pittura). Nel 1965 suoi disegni e sculture vengono esposti alla Galleria Civica di Monza; sarà poi la volta di una mostra antologica a Bucarest e, successivamente, alla Galleria d’Arte Moderna di Cagliari (dove, nel 1967, era presente anche Foiso Fois). È dello stesso anno il suo trasferimento a Monticello Brianza, durante il quale eseguirà soprattutto murales.

Al 1968 appartengono vari dipinti di grandi dimensioni, fra i quali il Che Guevara, donato al Museo de L’Avana. Nel 1969, alla Biennale, gli viene attribuito il 1º premio del muro dipinto. Nel 1972 sposa Helenita Olivares. Viaggiando fra Maiorca e l’Italia collaborò nel 1973 ai Vespri siciliani per la riapertura del Teatro Regio di Torino. Al Vaticano gli venne dedicata una sala nella Galleria dell’Arte moderna. Tre anni dopo realizzò due mosaici per la parrocchia di Sant’Andrea a Pescara e l’anno successivo espose le sue opere nelle città di Rotterdam, Toronto e Maiorca. È del 1984 una prima mostra antologica a Ferrara, al Palazzo dei Diamanti, e poi a Roma a Castel Sant’Angelo, a cui seguì quella di Milano, al Palazzo Reale[5].

Successivamente vennero allestite mostre a Siviglia, in Germania, a Madrid, a Toronto, Montreal e Ottawa. Nel 1986 espone a Palma di Maiorca, alla XI Quadriennale di Roma, alla Triennale di Milano e alla Casa del Mantegnaa Mantova e Monaco di Baviera, nello stesso anno completa le centotredici tavole sulla Divina Comedia[6]. Nel 1992 partecipa in Sud America al progetto espositivo Arte Italiana nel mondo esponendo a San Paolo, Bogotà eBuenos Aires. A Bruxelles, nella nuova sede del Parlamento europeo, nel 1993 completò il murale in ceramica I Miti del Mediterraneo, che occupa 150 metri quadrati. Sono invece del 1994 le incisioni Manuscriptum per la mostra itinerante in Svezia “I ponti di Leonardo”. È dell’anno successivo l’esposizione alla Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo e del 1999 la mostra antologica a Palazzo Strozzi a Firenze.

Nel 1996 donò 356 opere, realizzate a partire dal 1927, alla città di Lugano: si ha così la nascita della Fondazione Aligi Sassu e Helenita Olivares che da allora ha allestito mostre tematiche con i suoi lavori. Il 25 giugno 1999 nasce la Fondazione Aligi Sassu e Helenita Olivares a Maiorca per volontà dei coniugi Sassu. Il 31 marzo del 2000 viene costituita a Besana in Brianza l’Associazione Culturale onlus Amici dell’Arte di Aligi Sassu. Morì a Pollença il 17 luglio dello stesso anno, all’età di 88 anni, proprio il giorno del suo compleanno.

DOMENICO PURIFICATO

novembre 26th, 2015 by

Domenico Purificato (Fondi, 1º novembre 1915 – Roma, 6 novembre 1984) è stato un pittore italiano.

Nella prima parte della sua carriera artistica ha aderito alla corrente definita romana, avviata da Scipione (Gino Bonichi) e Mario Mafai, condivisa con Raffaele Frumenti. Artista poliedrico, dal 1940 al 1943 è stato redattore della rivista Cinema.

Nel dopoguerra fu protagonista a Roma del neorealismo, immortalando nelle sue tele gente del popolo, figure e scene campestri della vita quotidiana. Con il regista neorealista e amico Giuseppe De Santis ha collaborato nel 1956 curando lo studio del colore, la sceneggiatura e i costumi per il film Giorni d’amore. Ha preso parte ad importanti rassegne quali la Biennale di Venezia e la Quadriennale di Roma. Si è occupato anche di narrativa, saggistica, teatro e televisione.

Tra i suoi saggi teorici sull’arte: La pittura dell’Ottocento italiano (Sciascia, Caltanissetta-Roma 1959), I colori di Roma (Adriatica, Bari 1965), Callimaco, una pittura per l’uomo (Trevi, Roma 1971), e il postumo Come leggere un quadro (Rusconi Immagini, Milano 1985). È stato direttore dell’Accademia di Brera di Milano fino al 1980. Al maestro è dovuto anche un mosaico nella lunetta del duomo medievale di Fondi sua città natale.

È scomparso nel 1984 all’età di 69 anni.

A Roma, nella zona Fonte Meravigliosa-Cecchignola, esiste una scuola intitolata all’artista fondano.

ARNALDO POMODORO

novembre 26th, 2015 by

Arnaldo Pomodoro (Morciano di Romagna, 23 giugno 1926) è uno scultore e orafo italiano.

È considerato uno dei più grandi scultori contemporanei italiani, molto noto ed apprezzato anche all’estero. È fratello del noto scultore Giò Pomodoro.
Le sue opere adornano città importanti come Sorrento, Rimini, Pesaro, Roma, Milano, Terni, Torino, Tivoli, Belluno, Copenaghen, Brisbane, Dublino (di fronte al famoso Trinity College),Los Angeles, oltre a figurare al Mills College in California, nel Cortile della Pigna dei Musei Vaticani, nei maggiori musei mondiali nonché al Cremlino e all’ONU.

È famoso soprattutto per le sue particolari sfere di bronzo, il materiale che predilige per le sue opere, che si scompongono, si “rompono” e si aprono davanti allo spettatore, che è portato alla ricerca ed alla scoperta del meccanismo interno, in un contrasto tra la levigatezza perfetta della forma e la complessità nascosta dell’interno. Dal 1954 vive e lavora a Milano, accanto alla darsena di Porta Ticinese.

La formazione

Pomodoro studia da geometra per poi dedicarsi, quasi subito dopo, alla scultura, per la quale sviluppò a poco a poco un’enorme passione, all’inizio degli anni cinquanta. Lentamente il suo linguaggio caratteristico, informale, si va evolvendo adattandosi di volta in volta alle caratteristiche del materiale usato: prima l’oro e l’argento, per dei monili, poi il ferro, il legno, il cemento e il bronzo, che diverrà la sua materia base per opere di piccole dimensioni e per le sculture monumentali che lo hanno reso celebre.

Nel 1961 e 1962, fece parte con Lucio Fontana e altri del gruppo informale “Continuità”, grazie al quale raffina una propria cifra stilistica, esprimendo la propria arte nell’equilibrio tra le geometrie esterne e i meccanismi interni delle sue opere monumentali, più adatte alle sue capacità espressive di quelle di dimensioni ridotte, che non gli permettono di indagare all’interno del soggetto rappresentato.

Lo stile

Nella sua arte domina un rigoroso “spirito geometrico”, per cui ogni forma tende all’essenzialità volumetrica della sfera, del cubo, del cilindro, del cono, del parallelepipedo e di altri solidi euclidei perfetti, nettamente tagliati, le cui ripetizioni in schiere o segmenti, rettilinei o circolari, sono paragonabili alla successione delle note in una composizione musicale, o ad ingranaggi di macchinari nascosti all’interno dei massicci contenitori, resi parzialmente visibili dalle spaccature e dai tagli che rompono le superfici levigate esterne.

La coerenza nell’associazione delle strutture interne alla monumentalità esteriore delle opere di grandi dimensioni dà vita all’opera di Pomodoro.

Lo spazio esterno non esiste: tutto si svolge all’interno, nelle “viscere” racchiuse dalle pareti lisce e lucenti, da nitidi volumi, perfettamente delineati.

L’autorevolezza e l’importanza di un artista derivano non soltanto dalla sincerità che gli regge la mano, ma anche da significato innovativo che riesce a conferire a uno o più elementi del suo discorso: sarebbe a dire dall’originalità che questi vengono ad assumere nel contesto espressivo. Nel caso di Arnaldo Pomodoro la scultura si porta dentro un’aspirazione e un destino di libertà. Fin dagli esordi le sue opere, i primi rilievi, celebrano una creatività di artigianato spontaneo e fantastico che rivela una gioia e una forza vitali, intrise, però, di una sacralità arcaica. L’alfabeto d’impronta cuneiforme all’origine della poetica espressiva di Pomodoro si concretizza in una dimensione in cui lo spazio del vissuto e la memoria si mescolano. Il segno plastico di Pomodoro è componente di un linguaggio che ha in sé potenzialità indefinite e indefinibili, che vuole prescindere dalle cose così come appaiono per giungere a una profondità che a volte è poco oltre l’immediato e che riassume e concentra in sé tutta l’essenza della realtà. Il fare artistico diventa creazione, creazione come in Klee di “forme e spazi” che vengono prodotti in “proporzioni scelte” con ricchezza d’invenzione secondo una minuscola e preziosa tessitura in sintonia con il ritmo interno delle proprie pulsioni. L’artista dunque, come un demiurgo, ha la facoltà di “generare” il reale e di farlo in forme nuove, in forme che vanno oltre l’ovvietà dell’apparente e del conosciuto per raggiungere nuovi accenti di poesia e di vita.

FAUSTO PIRANDELLO

novembre 26th, 2015 by

Fausto Pirandello (Roma, 17 giugno 1899 – Roma, 30 novembre 1975) è stato un pittore italiano, figlio di Luigi Pirandello e uno dei rappresentanti della cosiddetta Scuola Romana.

Figlio ultimogenito del celeberrimo Luigi Pirandello e di Maria Antonietta Portolano, entrambi originari di Agrigento, nacque dunque dopo il fratello Stefano e la sorella Lia. Trascorse l’infanzia tra Roma e le vacanze in Sicilia, terra che gli infonderà la passione per quelle tonalità che saranno poi tra le caratteristiche inconfondibili della sua pittura.

Nel 1917 riceve la chiamata alle armi, tra i Ragazzi del ’99, ed è costretto ad interrompere gli studi classici anche se non viene immediatamente inviato al fronte per motivi di salute. Passa quindi il periodo della guerra in ospedale e un periodo di ricovero a Firenze. Dopo la guerra non riprende gli studi e manifesta la volontà di dedicarsi alla scultura anche se, sempre per problemi legati alla salute, sarà costretto ben presto a passare alla pittura (già praticata come svago in casa Pirandello, sia dal padre che dal fratello maggiore, Stefano).

Il suo primo insegnante d’arte è Sigismondo Lipinsky, scultore e incisore simbolista, presso il quale segue nel 1919 un corso di disegno della durata di un anno. È quindi del 1920 la decisione di lasciare definitivamente la scultura e dedicarsi interamente alla pittura. Nel 1922 si iscrive infatti alla Scuola d’Arte agli Orti Sallustiani, aperta a Roma da Felice Carena, Attilio Selva e Orazio Amato, che frequenterà fino al 1923. Qui conosce i pittori Emanuele Cavalli, Onofrio Martinelli e Giuseppe Capogrossi, con i quali trascorre lunghi soggiorni estivi ad Anticoli Corrado. Felice Carena è colui che introduce realmente Pirandello nel mondo di Anticoli Corrado, paese dell’ Alta Valle dell’Aniene molto popolare fra gli artisti dell’epoca alla ricerca di paesaggi pittoreschi e modelle di posa, e dove nel 1924 Fausto apre il suo primo studio di pittura.

Nello stesso anno conosce ad Anticoli lo scultore Arturo Martini, appena giunto nel paesino al seguito del pittore e scultore statunitense Maurice Sterne, in qualità di collaboratore artistico. E ad Anticoli Corrado Fausto conosce anche Pompilia D’Aprile, già modella di posa per i pittori Francesco Trombadori e Amleto Cataldi, che sposerà nel 1927 (matrimonio mantenuto segreto al padre fino al 1930) e dalla quale avrà due figli, Pierluigi e Antonio.

Nel 1925 Pirandello fa la sua prima apparizione in pubblico alla III edizione della Biennale Romana, con l’opera Bagnanti e l’anno successivo alla XV Biennale Internazionale d’Arte della Città di Venezia, con Composizione, rassegna che lo vedrà esporre con continuità dal 1932 al 1942.

Nel 1927 Fausto Pirandello decide di stabilirsi a Parigi con la moglie Pompilia. Risiede a Montparnasse e prende un piccolo studio a Montrouge. Il viaggio è una vera e propria fuga, un tentativo di allontanarsi dai condizionamenti psicologici del padre ma anche un’occasione per esperire nuove soluzioni nell’ambito della sua pittura. A Parigi frequenta il gruppo degli Italiens de Paris (specialmente Giorgio De Chirico e Filippo De Pisis), conosce più da vicino le opere di Cézanne, dei cubisti (Picasso e Braque) e dei pittori della Scuola di Parigi (l’École de Paris) esposti nelle Gallerie più in vista della città. E nella Ville Lumiére Fausto diventa padre di un maschio, Pierluigi, il 5 agosto del 1928.

La sua prima esposizione parigina è insieme a Emanuele Cavalli e a Francesco Di Cocco, in casa della contessa Castellazzy-Bovy; in seguito alla Galerie Vildrac (1929), dove allestisce la sua prima vera personale e a cui segue una seconda personale all’estero, a Vienna, nel 1929.

Nel 1930 torna definitivamente a Roma con la moglie Pompilia e il figlio Pierluigi, prendendo dimora in via Valenziani, dove allestisce uno studio all’ultimo piano con vista sui tetti di Roma e dove soggiornerà fino al 1954 (si trasferirà in seguito in via degli Scialoja). Trascorre le estati con la famiglia ad Anticoli Corrado, dove Pompilia possiede ancora una casa, ambiente che gli ispirerà la maggior parte delle composizioni di paesaggio. Durante gli anni Trenta espone con frequenza alla Galleria di Roma, alle Sindacali del Lazio e alle Quadriennali Romane e si lega, pur mantenendo sempre un percorso individuale, all’ambiente della Scuola romana, all’interno della quale sarà più vicino al gruppo dei cosiddetti ‘tonalisti’ come Giuseppe Capogrossi, Emanuele Cavalli e Roberto Melli.

La perdita del padre Luigi (Premio Nobel nel 1934) avviene nel 1936 e l’anno successivo nasce a Roma il secondogenito di Fausto Pirandello, Antonio.

Nei primi anni Quaranta numerose sono le esposizioni e i riconoscimenti per la sua pittura, sia in Italia che all’estero: primo premio alla ‘II Mostra dello Sport’ (1940), personale alla sala delle Mostre d’Arte alle Terme di Roma (1941) e presso la Galleria Gian Ferrari di Milano (1942), dove tornerà ad esporre di frequente e poi ancora a Roma presso la Galleria del Secolo(negli anni 1944 e 1947).

I Pirandello resteranno a Roma fino al precipitare degli eventi bellici, nel 1942, anno in cui decidono di trasferirsi ad Anticoli Corrado: torneranno nella Capitale soltanto nel gennaio 1944. La residenza provvisoria questa volta è a Villa Medici, grazie ad un permesso speciale, dove Pirandello può continuare a svolgere l’attività pittorica in uno spazio a lui dedicato.

Nel dopoguerra si intensifica l’attività espositiva, con regolari partecipazioni alle Quadriennali Romane, alle Biennali di Venezia e presso Gallerie private, e non solo nelle città di Roma e di Milano. Nel 1947 Pirandello riceve la nomina di ‘Accademico residente dell’Accademia di San Luca’, insieme a Giorgio De Chirico, Ferruccio Ferrazzi e Tullio Bartoli, segno della stima che si era sino ad allora conquistata nell’ambiente artistico romano e nazionale.

Durante gli anni Cinquanta partecipa a numerose esposizioni in Italia e all’estero e viene supportato dall’opera di critici come Virgilio Guzzi (che nel 1950 ne redige la prima monografia),Fortunato Bellonzi, Lionello Venturi, Nello Ponente, Raffaele Carrieri. Espone le sue opere in numerose ed importanti rassegne personali (come l’antologica di Palazzo Barberini, a Roma, nel 1951) e collettive in Italia e all’estero, ottenendo ancora molti riconoscimenti: riceve il Primo Premio alla VI edizione della Quadriennale Nazionale d’Arte di Roma del 1951, il Premio Gualino nell’ambito della XXVI Biennale di Venezia del 1952 (che gli dedicherà una sala personale nell’edizione del 1956), il Premio Marzotto, nel 1953, e nel 1957 il Premio del Fiorino. Nel 1955 Pirandello terrà la sua prima personale negli Stati Uniti, presso la Catherine Viviano Gallery di New York.

Per l’intensa attività artistica svolta fino ad allora, nel 1956 Fausto Pirandello viene insignito della Medaglia d’oro come benemerito della cultura e dell’arte dall’allora Presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi. Sono questi gli anni in cui Pirandello si dedica anche alla scrittura d’arte su riviste del settore, come Quadrivio, La Fiera Letteraria e L’Europa Letteraria, sulle cui pagine partecipa attivamente al dibattito artistico nazionale dell’epoca.

Durante gli anni Sessanta sono ancora numerosi i riconoscimenti nazionali per la sua lunga carriera di artista: nel 1960 Pirandello è infatti tra i pittori della Scuola Romana premiati alla XIII Quadriennale Nazionale d’Arte di Roma, nel 1964 riceve il Premio Michetti e nel 1967 il Premio Villa. Proseguono poi le esposizioni in Italia e all’estero che tributano al pittore la stima consolidata del pubblico, non solo collezionista, e della critica.

Fausto Pirandello muore nella sua città natale, Roma, il 30 novembre 1975, all’età di 76 anni, a seguito di un enfisema polmonare.

Fausto Pirandello si colloca tra gli esponenti della Scuola romana, ma distinguendosi da essi per originalità e ricerca solitaria. L’originalità della sua pittura è orientata verso un realismo del quotidiano che si manifesta negli aspetti anche più impietosi e spiacevoli, esprimendosi mediante una materia pittorica densa e scabra. La sua visione, sostanzialmente intellettualistica, traduce tuttavia il dato naturalistico anche più brutale in una sorta di realismo magico di sapore arcaizzante e metafisico

Il suo stile spazia dal cubismo, al tonalismo, a forme realistico-espressioniste: Gianfranco Contini parla ad esempio di «pittura espressionistica» in una lettera a Carlo Emilio Gadda Importante in questo periodo la sua partecipazione all’attività di Corrente di Vita. Le opere di Pirandello diventano pregevole testimonianza di un poeta che interpreta in pittura lo spirito indagatore e psicologico del padre Luigi.

Pirandello evolve il suo stile intorno agli anni cinquanta, riassorbendo le suggestioni dei modelli cubisti (Braque e Picasso), vivendo la difficile fase di travaglio che coinvolge tutta la pittura italiana, tra realismo e neocubismo, per giungere, attraverso deformazioni di tendenza espressionistica, a originali soluzioni formali a mezzo tra astrazione e figurazione La sua pittura ricerca una nuova definizione in cui si avverte molto forte il riferimento a una sintassi cubista nelle tassellature del colore e nelle composizioni in cui il dato narrativo perde via via importanza.

Numerose sono le mostre ed esposizioni tenute dall’artista nel corso della sua vita pittorica, dalle collettive alla Biennale di Venezia e alle Quadriennali romane, alle personali presso la Galleria della Cometa, Galleria del Secolo, Galleria di Roma. Tra le occasioni espositive del dopoguerra, da ricordare sono la vasta antologica all’Ente Premi Roma nel 1951, la personale del 1955 alla Catherine Viviano Gallery di New York e la personale alla Nuova Pesa di Roma, nel 1968.

AUGUSTO PEREZ

novembre 26th, 2015 by

Augusto Perez nasce a Messina nel 1929, ma fin da bambino si trasferisce con la famiglia a Napoli, dove frequenta per qualche anno la Facoltà di Architettura. Ben presto però la scultura assume un ruolo centrale nella sua vita ed egli vi si dedica completamente a partire dagli anni ’50.
E’ stato definito un “hidalgo spagnolo” per la nobile figura, alta e slanciata, oltre che per i gesti gentili, sotto i quali nascondeva una certa inquietudine.
Perez è stata senza dubbio uno delle figure principali nel panorama della scultura contemporanea, avendo partecipato alle più importanti mostre e rassegne in Italia e all’estero, e avendo esposto più a volte alla Biennale di Venezia con una serie di Mostre personali.
Uno dei soggetti centrali per questo artista è quello dell’ombra, sottolineato persino dai titoli in alcuni dei suoi lavori più famosi (si pensi a “Crepuscolo”, “Notte” o alla serie delle “Meridiane”).
Il trascorrere del tempo segnato dalla luce giustifica l’uso della tecnica, a base di potenti chiaroscuri, attuata anche nei bellissimi disegni.
Tutta la sua poetica si può dire che aspiri ad un valore simbolico.
Ecco perché “l’importanza dell’opera di Perez potrà essere compresa se si avvertirà quanto grandioso e disperato c’è nella sua ostinazione a tenere saldamente congiunta la forza di rappresentazione dell’immagine con una tagliente ed ossessiva tensione intellettuale” (F. Simongini).Tale poetica, emersa peraltro fin dagli anni ’60, viene oggi registrata dalla critica più avanzata. Già alcuni anni orsono G. Testori, a proposito dell’opera di Perez, parlava a buon diritto di scultura che “sprofonda in sé stessa e traduce lo strazio del nostro essere uomini nello strazio della bellezza”. Muore a dicembre del 2000.

GIOVANNI OMICCIOLI

novembre 26th, 2015 by

Giovanni Omiccioli (Roma, 25 febbraio 1901 – Roma, 1º marzo 1975) è stato un pittore italiano, uno dei rappresentanti della cosiddetta Scuola Romana, artista fra i più popolari ed amati, specialmente dai romani de Roma a causa anche delle sue dinamiche rappresentazioni di “partite di calcio”, è diventato il simbolico pittore di Via Margutta.

Dopo l’adesione alla Scuola Romana, nel 1928, si legò soprattutto a Mafai e ad Antonietta Raphael, collaborando spesso anche con Scipione e Raffaele Frumenti. La sua attività pittorica iniziò nel 1934; pochi anni dopo, nel 1937, presenterà tre opere alla IV Mostra del Sindacato Fascista di Belle arti. Dello stesso anno è la sua prima personale alla Galleria Apollo di Roma.

Frequentò l’Osteria Fratelli Menghi, noto punto di ritrovo per pittori, registi, sceneggiatori, scrittori e poeti tra gli anni ’40 e ’70 e fu attivo anche sul piano politico e, con Mario Mafai, Guttuso ed Afro realizzò la prima testata deL’Unità nel 1945, subito dopo la Liberazione. Nello stesso anno partecipò alla I Mostra dell’Arte contro le barbarie, promossa dal quotidiano comunista alla Galleria di Roma e presentata in catalogo da Antonello Trombadori, con un’opera di forte impegno politico (La fucilazione di Bruno Buozzi).

Vincitore di un’edizione del Premio Marzotto con Il Pastore con la capretta, Omiccioli è stato presente nelle più importanti rassegne: di particolare rilievo l’invito con un’antologica all’Ermitage di Leningrado, la personale alla Galleria d’Arte La Medusa di Napoli; durante gli anni cinquanta partecipa a collettive a Pittsburg, Boston, Tokio, espone alla mostra itinerante nei paesi scandinavi organizzata dall’Art Club, alle Quadriennali romane del 1955,1959 e poi del 1966, alle Biennali veneziane del 1952, 1954, 1956. Presenta nel 1959 un dipinto su faesite, Cristo crocifisso, alla VIII Biennale d’Arte Sacra a Bologna. Durante gli anni sessanta espone a tre edizioni della Rassegna di Arti figurative di Roma e del Lazio (1961, 1963, 1965) e alla VI Biennale di Roma del 1968.[4] Vaporosi e dolci, ma sorti sempre da un intenso immutato amore per la natura e per l’uomo. Alla periferia di Roma, aScilla o nell’isola di Ustica davanti alle case dei pescatori, aveva recuperato la consuetudine en plein air, che deve all’opera, attraverso un morbido respiro di tavolozza, verità e luce.

Dopo l’adesione alla Scuola Romana, nel 1928, si legò soprattutto a Mafai e ad Antonietta Raphael, collaborando spesso anche con Scipione e Raffaele Frumenti. La sua attività pittorica iniziò nel 1934; pochi anni dopo, nel1937, presenterà tre opere alla IV Mostra del Sindacato Fascista di Belle arti. Dello stesso anno è la sua prima personale alla Galleria Apollo di Roma.

Frequentò l’Osteria Fratelli Menghi, noto punto di ritrovo per pittori, registi, sceneggiatori, scrittori e poeti tra gli anni ’40 e ’70 e fu attivo anche sul piano politico e, con Mario Mafai, Guttuso ed Afro realizzò la prima testata deL’Unità nel 1945, subito dopo la Liberazione. Nello stesso anno partecipò alla I Mostra dell’Arte contro le barbarie, promossa dal quotidiano comunista alla Galleria di Roma e presentata in catalogo da Antonello Trombadori, con un’opera di forte impegno politico.

Vincitore di un’edizione del Premio Marzotto con Il Pastore con la capretta, Omiccioli è stato presente nelle più importanti rassegne: di particolare rilievo l’invito con un’antologica all’Ermitage di Leningrado, la personale alla Galleria d’Arte La Medusa di Napoli; durante gli anni cinquanta partecipa a collettive a Pittsburg, Boston, Tokio, espone alla mostra itinerante nei paesi scandinavi organizzata dall’Art Club, alle Quadriennali romane del 1955,1959 e poi del 1966, alle Biennali veneziane del 1952, 1954, 1956. Presenta nel 1959 un dipinto su faesite, Cristo crocifisso, alla VIII Biennale d’Arte Sacra a Bologna. Durante gli anni sessanta espone a tre edizioni della Rassegna di Arti figurative di Roma e del Lazio (1961, 1963, 1965) e alla VI Biennale di Roma del 1968. Vaporosi e dolci, ma sorti sempre da un intenso immutato amore per la natura e per l’uomo. Alla periferia di Roma, aScilla o nell’isola di Ustica davanti alle case dei pescatori, aveva recuperato la consuetudine en plein air, che deve all’opera, attraverso un morbido respiro di tavolozza, verità e luce.

UGO NESPOLO

novembre 26th, 2015 by

Alla fine degli Anni Sessanta fa parte della Galleria Schwarz di Milano che annovera fra i suoi artisti Duchamp, Picabia, Schwitters, Arman, Baj.

A Milano ha luogo da Schwarz una mostra personale presentata da Pierre Restany che resterà un critico amico. La mostra ha il titolo “Macchine e oggetti condizionali” e rappresenta in pratica l’inizio del movimento che sarà poi l’Arte Povera. All’inaugurazione infatti è presente Germano Celant con cui Nespolo parteciperà ad una serie di mostre che sono le prime mostre del gruppo.

La mostra più importante si terrà a Roma intitolata “Nove per un percorso!”. Con Enrico Baj da quegli anni inizia una lunga amicizia che durerà per sempre. Con Baj Nespolo terrà mostre, conferenze, presenze in Europa e negli Stati Uniti.

Baj, Fontana, Pistoletto, Boetti e Merz saranno gli interpreti dei suoi film per parecchi anni.

Con Baj Nespolo frequenta a Parigi Man Ray il quale gli darà un testo per un film “Revolving Doors” film che Nespolo realizzerà nel 1982.

In Francia fin dagli ultimi Anni Sessanta Nespolo frequenta Ben Vautier con il quale realizza mostre e performances.

Sempre nel ’68 realizza a Torino una serie di mostre e incontri sotto il titolo “Les mots et les choses” dove con Ben, Boetti ed altri autori dà luogo ad una serie di eventi e concerti Fluxus che mai erano stati prodotti in Italia.

L’incontro con gli artisti del New American Cinema: Jonas Mekas, Warhol, Yoko Ono, P. Adam Sitney dà il via alla nascita del cinema di ricerca in Italia. Nespolo ne è il promotore come documenta la mostra “Nespolo Cinema / Time after Time” al Museo del Cinema di Torino.

I film di Nespolo sono stati proiettati e commentati nei maggiori Musei del Mondo. In Francia il Centre Pompidou realizza proiezioni dal titolo “Nespolo – le cinema diagonal” le Musée National du Cinéma di Parigi propone per due volte proiezioni dei suoi film.

Nespolo è attualmente la più “alta autorità” patafisica italiana. Ha fondato con Baj l’Istituto Patafisico Ticinese e si onora di avere il proprio diploma firmato da Raymond Quenau che aveva apprezzato un piccolo libro di logica formale scritto da Nespolo e stampato dall’Editore Schwarz nel 1968.

Ha esposto con intensità in gallerie e Musei in Italia e nel Mondo.