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Quando l’arte parla italiano

 

Esplorando il contemporaneo tra CIMA e High Line Art

 

Anche l’arte fa economia, ma quella italiana contemporanea fatica a superare i confini nazionali. Per il progetto Business Italian Style, in collaborazione con la cattedra Inserra, gli studenti della Montclair University sono andati a conoscere due professioniste del mondo dell’arte a New York, Laura Mattioli del CIMA e Cecilia Alemani di High Line Art. Obiettivo: capire che posto ha l’arte italiana contemporanea negli USA

 

Quando si sente parlare di arte italiana si pensa quasi esclusivamente all’arte del passato. Oggi invece andiamo a scoprire un volto diverso e moderno dell’arte italiana a New York.

L’arte è uno dei settori per cui l’Italia è più conosciuta e negli Stati Uniti è soprattuto l’arte rinascimentale ad essere apprezzata. Ma ora alcuni italiani stanno provando a diffondere lo stesso apprezzamento per l’arte moderna e contemporanea made in Italy.

Che fine ha fatto l’arte contemporanea?

All’interno del progetto sperimentale Business Italian Style, che ha coinvolto gli studenti del corso di laurea in italiano della Montclair State University, il nostro gruppo ha intervistato Laura Mattioli, fondatrice del Center for Italian Modern Art (CIMA) e Cecilia Alemani, direttrice del programma High Line Art di New York. Due figure diverse che ci hanno raccontato come l’arte italiana contemporanea viene percepita all’estero e quali possono essere le prospettive di sviluppo in questo settore. Dalle nostre interviste e ricerche abbiamo concluso che c’é un forte legame culturale fra Italia e Stati Uniti.

L’Italia è il paese con il più ampio patrimonio culturale al mondo: con 50 siti UNESCO, che ne fanno il paese con il maggior numero di siti protetti dalla World Heritage Convention, oltre 3.400 musei e più di 2.000 aree archeologiche, il Bel Paese si è indubbiamente guadagnato questo nome.

Eppure diversi studi evidenziano che il ritorno economico dei beni culturali italiani (che comprende sia le entrate legate al turismo che quelle legate al mercato dell’arte) non è al livello di paesi con un patrimonio inferiore a quello italiano. Uno studio ormai un po’ datato, ma ancora valido, evidenzia che il settore culturale e turistico rappresenta il 13 per cento del PIL italiano, contro il 21 per cento, per esempio, della Spagna. Lo stesso studio mostra anche che le esportazioni di opere d’arte dall’Italia nel 2006 si sono attestate sui 130 milioni di euro contro i 3,2 miliardi di euro in esportazioni del Regno Unito e i 900 milioni della Francia.

Un’occasione persa

Dati che fanno riflettere sulla capacità dell’Italia di valorizzare il proprio patrimonio culturale. E in particolare sembra che a essere poco sfruttata sia la produzione contemporanea, ancora poco nota all’estero, con l’eccezione di alcuni movimenti artistici come l’Arte povera che ha avuto un picco di notorietà con l’asta di Christies del febbraio 2014, Eyes Wide Open: an Italian Vision, che ha prodotto un fatturato totale di oltre 38.427.200 di sterline. A New York, uno dei grandi dell’Arte povera, Alberto Burri, sarà in mostra al Guggenheim in autunno mentre, fino a metà marzo, sono in corso due mostre che in qualche modo si legano a quel periodo artistico.   

Eccezioni a parte, nella lista dei 500 artisti più valutati nelle aste internazionali nel corso del 2013, il primo italiano, Stingel Rudolf, si trova al 20° posto. Ci sono pochissimi artisti ancora viventi che vedono le proprie opere posizionarsi bene nelle aste mondiali. Stingel Rudolf e Maurizio Cattelan sono gli unici due artisti italiani nati dopo il 1945 che nelle piazze internazionali riescono a vendere le loro opere ad oltre un milione di euro.

Ma se l’arte è anche business e può rappresentare un’interessante opportunità di crescita economica per l’Italia, è importante capire perché, se il Bel Paese è universalmente apprezzato per l’arte del passato, quando si parla di contemporaneo l’Italia sparisce. Molti degli operatori dell’arte in Italia si lamentano per l’assenza di risorse e sostegno da parte delle istituzioni. Un elemento sottolineato anche da Cecilia Alemani e Laura Mattioli durante le nostre interviste.

La casa dell’arte italiana – CIMA

fonte: http://www.lavocedinewyork.com/